Flauto di Pan
Bollettino interno dell'Associazione Culturale IGNIS - n. 3 Solstizio d'Inverno 2007
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sommario Giuseppe Lazzaretti, L'amore, il Cuore, la Donna, nella dottrina segreta di Dante e dei Fedeli d'Amore (Seconda parte) = Arturo Reghini - C A G L I O S T R O = Enrico Caporali - Vademecum Pitagorico = Giorgio Vitali - Con il permesso di Sua Santità = Arturo Reghini - LA TRAGEDIA DEL TEMPIO = Roberto Sestito - EVOLA, L'ANTITALIANO
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L’AMORE,
IL CUORE, LA DONNA
nella
DOTTRINA
SEGRETA DI DANTE E DEI FEDELI D’AMORE
Premessa,
revisione del testo e note a cura di Roberto Sestito
CAPITOLO
SECONDO
1.
Le tre fasi del pensiero di Dante. 2. L’Amore come potenza. 3. Plutone e
Lucifero. 4. L’amore diade è triforne. 5. L’incrocio della diade. (*)
3. Plutone e
Lucifero
Se il Poeta aveva detto nel Convivio doversi interpretare le antiche scritture in tre sensi, e ne aveva dato saggi esegetici, tanto biblici quanto evangelici, non è possibile ritenere non facesse altrettanto sui fatti e personaggi mitologici o leggendari e li citasse nel solo ingenuo senso letterale. Egli conosce a perfezione la mitologia greca, e se pur ignora e non compara, dati i tempi, le tracce ben più antiche di questa tragica vicenda, quale la lotta degli Elohim, dei Deva e degli Dei, non dimentica di citare molti esempi di “punita superbia”, veduti in effigie, nel canto 12° del Purgatorio, primi fra i quali Lucifero
che fu nobil creato
Più ch’altra creatura, giù dal cielo
Folgoreggiando scendere da un lato,
e dall’altro lato
Briareo, il gigante ribelle fulminato da Giove:
fitto dal telo
Celestial, giacer dall’altra parte
Grave alla terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte
Armati ancora, intorno al padre loro
Mirar le membra de’ giganti sparte.
Se dunque sull’entrata del quarto cerchio dell’Inferno, incontra Plutone, è questo soltanto il preteso re delle ricchezze, solo perché questo è il suo nome (ploutos)? E che significano le oscure parole di questo nero figlio del padre supremo degli Dei (Saturno) e fratello legittimo del luminoso Giove, regnante sulla cima nuvolosa dell’Olimpo, come quello nella profondità dell’Aides? Il figlio di Dante le interpretò: “Oh! Satana principe”. Quell’oh! a significare Pape è sospetto, benchè giustificato per le note riserve di Pietro. Sicchè si potrebbe ridurre: “Padre Satana, primo”; o prima manifestazione dell’essere; cioè la materia prima degli ermetisti, il caos, il fuoco-principio, il fuoco nascosto degli inni vedici, trama dell’universo, vivificatore e distruttore, di cui abbiamo parlato.
Infatti la lettera ebraica alef, la cui figura è un serpe trapassato, ha il valore numerale di Uno e rappresenta, secondo Eliphas Levi, l’idea prima ed oscura della divinità nella teologia cabalistica, nonchè il recipiendiario, cioè l’uomo chiamato alla iniziazione.
Rudolf Steiner, commentando il detto di Eraclito: “Plutone e Dioniso sono un solo e medesimo dio” dice che per l’antico sapiente di Efeso, il contrasto è il padre delle cose, ma soltanto delle cose non dell’ eterno, e ciò che si rivela e dispiega in questo contrasto non è la discordia bensì l’armonia. Così l’uomo originato dall’eternità, nasce dal contrasto degli elementi che dovrà trasformare in armonia; e dal contrasto tra il temporale e l’eterno egli è diventato qualche cosa di ben definito, e da questo deve creare qualche cosa di superiore. E appunto perciò è chiamato a dar forma all’eterno, partendo dal temporale.
Plutone rappresenta il polo negativo, distruttivo. Lucifero è il polo opposto, il folgorare integrativo sulle tenebre dell’abisso, il “primo superbo” e “somma d’ogni creatura” che “per non aspettar lume cadde acerbo”. Cadde nel centro della terra, oppresso dalla gravitazione, “di tutti i pesi del mondo costretto”. Plutone è il “maledetto lupo”, la fiera crudele sempre affamata e divorante, il maceratore delle forme effimere che esistono ma non sono e si rinnovellano dalla morte alla vita.
Lucifero è l’arcangelo ribelle, ma anche il triforme giustiziere dei traditori della Croce e dell’Aquila, dell’Impero e della Chiesa, della Fede e della Conoscenza. Esso è il portatore di luce nel rifiorire della vita, il genio tormentoso della conoscenza e della individualità libera e creatrice, che solo può affermarsi nell’Io. Ma finchè un Principio cosmico-divino superiore non interviene a riaccendere, nel primitivo splendore la fiaccola luciferiana, questo Io è oppresso, cristallizzato, gelato, densificato, incapace di dispiegarsi per una maggiore affermazione di individualità spirituale.
Perciò il Poeta, nella figurazione di adepto, superato il fuoco-principio, nel polo disintegratore (Plutone) raggiunge la ghiaccia, la palude ghiacciata, prima sfera del solido acquoso, ove dimora “lo imperator del doloroso regno”.
Per uscire da questo doloroso polo integrativo della individualità, Egli sale sul corpo gigantesco di Lucifero, aggrappandosi faticosamente al suo pelo “com’uom che sale” e quando ha superato la salita:
I’ levai gli occhi, e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
E vidile le gambe in su tenere.
E vedendone il gigantesco corpo capovolto, domanda a Virgilio:
Ov’è la ghiaccia? E questi com’è fitto
Di sottosopra? E come in sì poc’ora
Da sera a mane ha fatto il sol tragitto? [1]
E il maestro spiega che per la legge di gravità, quando si apprese al “pel del verme reo” e quando si volse, passarono il punto “al qual si traggono d’ogni parte i pesi”; perciò nell’emisfero inferiore è mattino, quando nel superiore è sera. E’ questo anche il punto di gravità tra il mondo fisico-animale che è il rovescio del mondo spirituale divino alla cui ascesa, secondo l’incitamento dell’alta guida “convien che di fortezza t’armi”.
Il detto di Shelling : “La materia è pensiero congelato” può riferirsi alla ghiacciata palude luciferiana, se teniamo presente il significato della leggenda,occultato dall’allegoria e noto a tutti gli ambienti iniziatici occidentali, quello cioè della prima apparizione della specie umana sulla terra e della sua progressiva formazione organica. Formazione graduale non avente nulla in comune con quella dell’evoluzionismo biologico. L’uomo non fu mai considerato il prodotto di specie inferiori e quindi una scimmia depilata, ma sorto e contenuto potenzialmente, sulle prime, da una nebulosa spirituale che, nel lento consolidarsi e suddividersi in corpi fisici, dopo varie e progressive densificazioni individuali plastiche animali, fino alla sua attuale costituzione, più andava oscurandosi nella coscienza spirituale. In tal senso va l’affermazione del pitagorico Enrico Caporali: [2] “la psicogenia fa la somagenia”.
Che la psiche ha fatto il corpo e non viceversa, mercè le successive trasformazioni della specie, lo dimostrò per primo, pubblicamente, il genio ancora incompreso di Paracelso a cui si ispirarono tra i moderni il Robinet , lo Steiner ed il poetico divulgatore Schuré. Lo slancio vitale pervade gli animali, nei riferimenti della loro particolare psicologia, convinse il Bergson che l’uomo non è il prodotto delle specie inferiori, ma viceversa queste sono rami di un unico tronco del quale l’uomo è la cima. [3]
Dice lo Steiner: “Finchè l’uomo era nelle sfere di acqua ed aria, la sua coscienza aveva capacità percettiva chiaroveggente astrale, perchè quando stava fuori del suo corpo fisico, egli si trovava su dagli Dei, ma col densificarsi del corpo fisico, egli si distaccò, per così dire, dalla sostanza divina. Come una cosa che andasse acquistando un guscio, così l’uomo, quando terminò di avere forma acquea ed aerea, si distaccò lentamente dalla sua precedente condizione di dipendenza. Finchè egli fu acqueo ed aereo, stava con gli Dei; non potè evolvere il suo Io, ma non si era distaccato dalla coscienza divina. Discendendo nel fisico, egli si oscurò sempre più la coscienza astrale. Questa è la discesa. Così come l’uomo è disceso tornerà a salire”.
Poichè “l’uomo non è dalla carne o dalla terra, ma dall’aria e dall’acqua. Ed egli deve più tardi veramente rinascere nello spirito dall’aria e dall’acqua”.
Come il fuoco che li precede, quest’acqua e quest’aria non si intendono quali stati della materia fisica, ma simboli conformi analogicamente a stati d’esistenza e di conoscenza. [4] Perciò quest’acqua di vita ricorre spesso nei testi sacri come anche il soffio divino al disopra di queste acque che gli ermetisti chiamarono mercuriali, aventi, secondo loro un duplice potere: di resuscitare i morti od anche quello di dissolvere e far perire: velato avvertimento di una lotta e di un rischio, variamente espresso ed interpretato.
Lucifero è dunque “la somma d’ogni creatura” dice Dante, cioè – secondo la tradizione accennata – la nebulosa cosmica del genere umano che, analogamente a quella planetaria, suddividendosi, germinandosi, individuandosi, oltre l’acqua ed oltre l’aria, e prima di differenziarsi nelle tre razze allora conosciute (le tre facce di Lucifero) attraversò le principali fasi dell’animalità, non con le leggi darwiniane, ma per un interiore impulso spirituale, nell’adattamento all’ambiente, con azione e reazione scambievole dall’interno all’esterno. Specificare queste tappe sarebbe opera di arbitraria fantasia.
I primitivi germi umani avranno potuto cominciare a volare nell’aria, nuotare nell’acqua, strisciare sulla terra, e prima ancora di erigersi sugli arti inferiori, muoversi carponi. Tutti gli esseri viventi, dall’insetto all’uomo, sono congiunti della vita della terra, madre comune, ed obbediscono alle stesse leggi fisiologiche di nutrizione e di riproduzione; si trasformano col trasformarsi dell’ambiente ed agiscono e reagiscono al modo particolare della loro specie. Ma la moderna morfologia comparata non dà una prova assoluta quando vuole dimostrare nella specie umana una colleganza di affinità e filiazione ininterrotta con quelle più vicine, nelle strutture e nelle funzioni di tutto l’organismo, compreso quello cerebro-spinale. Finchè manca quel famoso anello della catena e la rottura di questa si tenta di saldarla con delle ipotesi, tanto valgono queste, quanto quelle della scienza iniziatica antica, la cui diffamata sapienza pure ammetteva essere uscito l’uomo da altre forme gradualmente diverse, mercè un progressivo sviluppo di pari passo con un quid parafisico che gli permise l’incolmabile distacco da tutte le specie più divine.
Erano, in verità, affermazioni generiche, in parte avvolte nel simbolo per ovvie ragioni, ma la conclusione era la stessa, come testimoniano Paracelso e altri a lui posteriori. Platone, dicendo gli animali provenire dall’uomo, non intendeva una involuzione e regressione di forme successive, bensì che gli animali sono le tappe rudimentali di quel progressivo perfezionamento di cui l’uomo è la sintesi.
Da una epistola di Valentino, pervenutaci tramite Clemente d’Alessandria, riportata e interpretata da G.R.S. Mead ci rendiamo conto, per quanto imperfettamente, del mito gnostico della genesi dell’uomo, “il cui plasma o forma primitiva che non poteva star ritto né camminare – la sfera embrionale del Timeo di Platone – è evoluto dai poteri della natura, come risultato dell’ascesi; in esso la Divinità infonde la mente, e l’uomo è immediatamente innalzato sopra al resto della creazione e dei suoi poteri. Tuttavia il suo corpo è ancora debole e i poteri della natura, per timore della mente che è in lui – il nome dell’ uomo celestiale – gli fanno guerra, e solo lentamente la mente dell’uomo impara a sopraffare quei poteri”. Questo nome poi “non è un nome, bensì quella misteriosa cosa che stabilisce la natura, la classe e l’essere di ogni creatura. E l’uomo solo quaggiù ha il nome divino, e divina natura, vivente entro di sé”.
Secondo tale tradizione, sulle tappe originarie della genesi umana vi era un rinnovamento periodico della specie negli stessi individui; non vi era ancora la morte nè la rinascita e non imperava la lotta e l’angoscia. Lo sforzo nel dolore fu la conseguenza della separazione dei sessi, dalla tradizione poeticamente espressa, col miraggio seducente della donna e l’autocreazione di questa sotto l’influenza luciferiana.
L’attrazione sessuale portò tutte le passioni tormentose, inasprite dalla cupidigia e dal brutale egoismo e nel contempo costituì anche il limo , il fondo limaccioso del fiume della vita del singolo, ove l’antico seme spirituale, involuto ed oscurato, macerandosi nella pena e nella sofferenza cominciò ad ascendere lentamente sopra l’acqua ed oltre il gelo, colorando di verde e di speranza il nuovo sottile stelo sul quale, col calore del sole, si stese la corona del fiore di loto, simbolo antico dell’anima immortale.
Lo Schuré ricorda in proposito, nel mito di Pandora, il fantasma seduttore della donna, mandata dai gelosi dei a Prometeo col dono dell’allegorico vaso da cui, appena accettato ed aperto uscirono tutti i mali, i flagelli e le malattie, spargendosi sulla terra ad opprimere il genere umano. Chiuso il coperchio, soltanto la speranza rimase sull’orlo del vaso. “Immagine meravigliosa dei disordini generali dal primo scatenarsi dell’amore sessuale sulla terra e del desiderio infinito dell’anima prigioniera, che sussulta malgrado tutto, sotto l’eterno femminino manifestato dalla carne”. Ma poichè l’immortalità non è una indifferente affermazione nè un grazioso dono, non può essere considerata che quale conquista creativa e sforzo doloroso onde sopraelevarsi sulla sconvolta vicissitudine delle forze elementari che hanno preceduto la costituzione fisio-psichica umana. Bisogna penetrare in questo primitivo e tenebroso stato umano ed aver coscienza delle oscure vestigia lasciatevi onde poter essere consapevolmente disintegrate e proiettate e quindi purificate, riprese e reintegrate nell’unità dell’Io, potenziandolo così a crearsi e costruirsi una più alta dimensione delle sue possibilità, verso l’integrale realizzazione spirituale.
“Morte e discesa agli inferi da una parte; resurrezione ed ascensione dall’altra sono, secondo il Guénon, come due fasi inverse e complementari, di cui la prima è la preparazione necessaria alla seconda, e che si ritroverebbero ugualmente senza fatica, nella descrizione della grande opera ermetica; e la medesima cosa è nettamente affermata in tutte le dottrine tradizionali”. [5]
In conclusione, mentre Platone creava dialetticamente la materia primigenia, o caos, prima del Sommo Bene, onde poter risolvere il problema del male, lo stesso scopo aveva la leggenda di Lucifero, se presa alla lettera, ingenua e inconsistente.
Ma abbiamo visto che certi settori della tradizione iniziatica la interpretavano nel senso cosmico ed anche antropologico, ed in quest’ultimo aveva una base positiva, constatata in ogni tempo, ed oggi considerata degna di indagine ed osservazione psicologica.
Dovendo trattare l’argomento in prosieguo, ci limiteremo per ora ad un solo riferimento. Quella che noi chiamiamo coscienza è indubbiamente un unico complesso nel quale si assommano tutti quei caratteri di intenzionalità, di intellettualità e di volontà di cui presumiamo di essere consapevoli. Ma sono appunto questi caratteri che vengono o abbassati o del tutto aboliti in quei fenomeni sub-normali o super-normali dalla psicologia moderna ormai accertati. Com’è che si constatano due altre dimensioni, al disopra e al disotto del centro di controllo sufficiente dell’individualità normale, l’uno inferiore al valore conoscitivo di questa e l’altro alle volte tanto superiore, da manifestarsi ed esprimersi con facoltà ignorate dalla coscienza in atto? E’ il manifestarsi dell’oscuro passato stratificatosi nel nostro essere per eredità della specie e della razza? Oppure è una sopravvivenza di facoltà e di acquisizioni formanti il bagaglio, il nucleo – la radice, dirà Dante – della particolare eredità storica della singola personalità? Sopravvivenza fatta di luce e di tenebra, di fuoco e di gelo. Comunque, l’allegorica ribellione angelica spiega, nella supposta discesa nell’animalità, anche l’ascesa alla spiritualità e quindi l’affermazione dell’immortalità individuale, nella quale il prima e il poi debbono venire interiorizzati ed integrati nell’Io, quale unico centro consapevole di esperienza.
Perciò – per l’unità della tradizione – il mito di Lucifero è analogo a quello ben più antico di Moijajoor di cui parlano i testi sacri dei Bramini dell’Indostan: simile l’angelica ribellione e la conseguente condanna di tenebre e di afflizione; ed entrambi, come le lotte dei giganti, dei titani, dei deva ecc. rappresentano l’identica drammatica allegoria di una involuzione dello spirito nella specie indifferenziata, per assurgere a singole individualità, e nel contempo il singolo dello sforzo di queste individualità a risalire alla conoscenza e ad affermarsi nell’immortalità. Perciò il Tasso fa dire da Lucifero:
...in quel conflitto vinti
pur non mancò virtude al gran pensiero
diede che si fosse a Lui vittoria
rimase a noi d’invito ardir la gloria.
E Dante, che sapeva “come l’uom s’eterni”, non dimentica i versi
della sua guida ambita: suo maestro e suo autore, che tutti gli esseri
viventi han vita,
ed al foco ed al ciel vigore e seme
traggono, se non se quando il pondo e ‘l gelo
de’ gravi corpi e le caduche membra
le fan terrene e tarde... (Virgilio, En., VI).
Il contrasto tra la leggerezza e la gravità; il fuoco del principio divino e il peso e il gelo dei corpi. E’ da questo contrasto che deve risultare l’unità purificata per l’ascesa progressiva spirituale effettuantesi nello sforzo, nel dolore e nel sacrificio; e prima di potersi manifestare con l’amore, bisogna che il “verme reo” divenga l’angelica farfalla, mercè il risveglio di un Principio superiore che lo scaldi e lo sciolga dal gelo, con uno stato psichico speciale nel quale i due contrari: la leggerezza e la gravità, il caduco e l’eterno, la morte e la vita, si fondono e confondono nell’unità:
Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol domandar, letor, ch’io non lo scrivo,
però ch’ogni parlar sarebbe poco.
Io non morii e non rimasi vivo
Pensa ormai per te, s’hai fior d’ingegno
Quale io divenni, d’uno e d’altro privo.
Finchè per la buca d’un sasso, roso da un ruscelletto (elemento acqua):
lo Duca ed io per
quel cammino ascoso
entrammo, a ritornar nel chiaro mondo;
e senza cura aver d’alcun riposo,
salimmo su, ei primo ed io secondo
tanto ch’io vidi delle cose belle
che porta il ciel per un
pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Quale invito celeste a fare una revisione delle cognizioni ed esperienze, delle varie tendenze e particolari aspirazioni del mondo fisico-sensibili (purgatorio), onde col superarle, prepararsi a “salire alle stelle”, alla superiore ascesa nelle sfere gerarchiche delle potenze angeliche, descritte com’è noto, secondo la tradizione che si faceva risalire a Dionigi Areopagita, della cui personalità storica allora non si dubitava, anzi lo si affermava discepolo di San Paolo ed interprete del suo pensiero esoterico.
Era mattino quando uscì dalla dolorosa fucina dove si rinnovella incessantemente dalla morte la vita, e fu sera allorchè fra le altre stelle, rivede, più delle altre belle, quella che “ad amar conforta”, il pianeta dei due crepuscoli: prima del sorgere Lucifero, dopo il tramonto Venere; il pianeta del terzo cielo, simbolo dell’ intendimento della dottrina segreta della Setta e del terzo grado dei suoi adepti, ai quali Dante rivolse la nota canzone:
O voi intendendo il terzo ciel movete.
La canzone, come abbiamo già detto, che segna il dissidio col Cavalcanti ed il passaggio al nuovo orientamento aristotelico.
4. L’amore diade è triforme
Se la materia è lo spirito stesso che quanto più si intensifica si attenua nella sua espansione, e quanto più si crea degli organi fisici diventa mancipio della sensibilità, è questa anche la necessaria condizione per quel continuo procedere ed affermarsi dell’individualità e da questa si determina lo sforzo autonomo e libero per ascendere alla spiritualità.
Questa autonomia, per alcuni settori iniziatici specialmente gnostici, non procedeva per una assoluta immanenza, sebbene col concorso di un Principio superiore, equilibrante e ispiratore. Abbiamo detto che il caos cosmogonico, l’elemento primigenio, comprendente potenzialmente tutti gli elementi, substratum e matrice di tutte le condensazioni materiali, nonchè essenza ultima di energia elettro-magnetica, era considerata polarizzata in due sensi inversi, dal polo di integrazione al polo di dissoluzione; ma la risultanza era sempre quella di un principio fatto di passività, scatenata e selvaggia, se non regolata ed equilibrata da un Principio superiore.
In tal caso sono le due serpi (i due poli) armonizzantisi amorosamente attorno alla verga di Mercurio, emblema simbolico del phallus generatore, e principio attivo generatore. E’ la Prakriti indù, brama demiurgica; è l’acqua mercuriale degli ermetisti su cui si libra il “soffio della saggezza”, secondo la dizione mosaica. Questo principio equilibratore, sia soffio, brama o phallus, è l’Eros ellenico che come dice il Ficino “desta le cose che dormono, illumina le tenebrose, dà vita a quelle morte e perfeziona le non perfette”. Ed è anche l’Amore latino che, secondo Dante, “penetra e risplende”. Se lo consideriamo ancora dal punto di vista degli gnostici alessandrini, era corpo igneo o vestimento di potere dello Spirito Santo.
Ma se l’ eros aveva il suo contrario in anteros o nel polemon di Empedocle, qual’era il contrario di Amore se non il desiderio smodato, la brama scatenata, il piacere fine a se stesso? Perciò il “primo superbo” aveva la cresta, non nel senso del cristas tollere dei latini, sebbene quale simbolo del principio virile, impetuoso e violento della generazione, con analogia al gallo, il cui organo erettile avverte la variazione della corrente elettro-magnetica di aspiro e respiro della Terra, ed il suo canto segna il trapasso di quella di rimando dalla notte a quella dell’energia solare nell’albeggiare del giorno. Ma vi è anche un occulto riferimento al kularium (o ghiandola ipofisi) della cui importanza morfologica di sviluppo nel genere umano parleremo in seguito.
L’amore, dunque, nell’individuo sorge dalla disintegrazione dei sensi, come il Dio di Esiodo dal caos cosmogonico, anche se lo stesso Esiodo vedeva ancora in questo Amore la potenza demiurgica per eccellenza e la volontà dinamica che muove, perfeziona, illumina e santifica.
Concezione questa concordante con quella delle religioni antiche indicanti tutte un Principio universale come Potenza, mediante la quale l’Essere supremo si manifesta, anima ed avviva.
Così l’athar degli Aryas che accende il fuoco della vita; l’armaiti dello Zend-Avesta; il fluido virtuale della sapienza biblica, pura emanazione della sua luce, splendore eterno e specchio immacolato della maestà divina e immagine della sua bontà, che pur “essendo una, è onnipotente; pur rimanendo in sé stessa rinnova tutte le cose e passa in anime sante attraverso tutte le nazioni. Essa scorre con energia da un capo all’altro del mondo e dirige delicatamente tutte le cose”. [6]
Ciò si legge anche nel Corano: “Abbiamo creata la tua luce dalla nostra luce e di quella luce abbiamo fatto l’universo”.
Nell’aspetto cosmogonico ciò pare confermasse Aristotile – nel primo della Metafisica – dicendo che tutti quelli che adottarono il modo di vedere di Anassagora, il quale affermò per primo l’universo contenere una mente (nous), posero come principio delle cose, insieme alle cause finali, anche quelle del movimento. Fra questi Esiodo e Parmenide i quali, nella descrizione dell’universo, asserirono che “primissimo di tutti gli dei immortali è l’Eros”, volendo significare – dice Aristotile – essere necessario, tra sostanze che compongono l’universo, la presenza di una causa che le mettesse in moto e le ordinasse.
Com’è poi noto, la filosofia scolastica preferiva all’ente platonico, concepito sotto due rapporti differenti, come sostanza e come causa – sostanza delle idee e causa delle forme – l’essere nell’immobile potenza, il motore immobile della filosofia peripatetica, la quale all’obiezione come ciò che è e resta immobile può muovere, ed in che modo la causa motrice agisce senza mettersi essa medesima in moto, rispondeva che Dio agisce allo stesso modo che il bello e il desiderabile ci commuove e ci attira, benchè resti, per sé, nel riposo più perfetto; nello stesso modo che l’ideale ci spinge a realizzarlo, o il fine perseguito ci mette in moto senza alcuna sua diretta partecipazione, così e senza che l’Essere assoluto si turbi un solo istante, la materia si muove nel senso dell’eterna Idea: essa desidera Dio, ma è Dio la causa prima di questo desiderio? [7]
Ma se il bello e il desiderabile ci commuove e ci sospinge all’azione, lo fa passando per i veicoli della nostra sensibilità, impressionandola e sollecitandola, mentre l’immobilità ontologica del Principio supremo, essendo pura Potenza e superiore Unità, al disopra della dualità e della legge dei contrari, agisce senza agire come atto di libera e incondizionata volontà. Ed è questa volontà l’atto di manifestazione ed affermazione della Potenza stessa nel mutevole, quale eterna energia spirituale nel divenire, il cui dinamico procedere si svolge e determina nella dualità, i cui aspetti non sono nella pura realtà contrari ed antitetici, ma analoghi e coesistenti nell’atto della superiore potenza, cioè della sua incondizionata volontà.
Così nel canto 27° del Paradiso:
La natura del moto, che quieta
Il mezzo, e tutto l’altro intorno muove
Quinci comincia come da sua meta.
E questo cielo non ha altro dove
Che la mente divina, in che s’accende
L’Amor che il volge e la virtù che piove.
Concezione questa differente da quella platonica precedente, seguita dal Cavalcanti e della Setta di cui era Maestro. L’Amore non è il raggio emanato dal centro, procedente cioè dal perfetto verso l’imperfetto che gli è estraneo; l’ Eros si converte nella filosofia peripatetica, nell’ Intelligenza ontologica, e ridiviene Volontà nella Divina Commedia, concludendo il trinomio: Luce, Intelligenza, Amore. La luce illuminante il cuore per renderlo gentile, della Via Nuova; l’intelligenza che lo fa amico della sapienza, o filosofia, del Convivio; la luce intellettuale piena d’amore della Commedia. Nella prima, la risultanza spirituale da realizzare era la donna gloriosa (Beatrice); nella seconda la donna gentile (Sapienza), nella terza la Vergine Madre figlia del divino suo figlio, “termine fisso d’eterno consiglio” per elevarsi “più alto verso l’ultima salute”.
Concetto questo sopravvissuto alle antiche tradizioni iniziatiche: quello del Principio-Madre che il cristianesimo aveva rigettato e che il cattolicesimo ha di poi sostituito col culto della Vergine Madre. Esse riconoscevano che sotto la molteplice generazione delle forme, dei nomi e degli aspetti tangibili del mondo visibile e sensibile, vi era sempre, per base immutabile una Realtà Unica dalla quale la vita, il moto, la forza, la luce ecc. erano aspetti di una unica potenza generante: quindi simbolicamente femminile.
Sicchè la diade di Pitagora significava che ogni manifestazione suppone una dualità: il soggetto della manifestazione (principio solare, attivo, maschile) e la potenza della manifestazione (principio lunare, passivo, femminile). Per esprimerci nel linguaggio di quel tempo, se il motore immobile (principio maschile o padre) determina il movimento, rimanendo sempre indifferenziato, nella sua pura iniziativa egli suscita la potenza strumentale (principio femminile o madre) che va in attuazione di un procedere e divenire. E benchè rispetto al principio maschio la natura dinamica di questo principio femminile sia da considerarsi passivo, pure nel suo divenire non esprime un principio distinto, come voleva Platone, agente su un altro in opposizione; ma è invece l’unica matrice ed indefinita energia riaffermantesi su tutte quelle forme in cui si determina il suo potere.
E’ questa luce (amor) che nella Genesi mosaica scaturisce, prima di quella del sole, dal soffio degli Eloim (o forze creatrici) muoventesi sulla faccia dell’abisso ed espandentesi nell’infinito, come possente respiro divino, ritornante su se stesso quale inspirazione dell’eterno.
Nel sistema orfico dell’esistenza Una indicata quale “ineffabile tenebra tre volte ignota” procede il riflesso manifestabile, la luce primigenia, natura celeste “diva madre universale, in tanti modi madre, celeste venerabile, multocreante, regina che tutto doma indomata, tutto governa, in tutte parti splende, onnipresente, venerata in eterno, divinità a tutte superiore, indistruttibile, primanata antichissima”. Sono questi gli stessi attributi della dea Iside, come può vedersi nell’Asino d’oro di Apuleio.
Per Dante – nella Commedia – è la gloria dell’eterno che nel diffondersi ed allontanarsi dal centro alla circonferenza, perdeva gradualmente il suo splendore, plasmandosi nelle forme materiali di tutte le specie degli esseri universali:
La gloria di Colui che tutto muove
Nell’Universo penetra e risplende
In una parte più e meno altrove.
Questa stessa gloria divina, Ermete – secondo la tradizione egizia – la chiamò Telesma; ma Platone, allontanandosi in ciò dalla tradizione occidentale pitagorica, e seguendo quella orientale, la considerò quale anima del mondo, la cui natura mise in imbarazzo gli stessi commentatori.
La chiave della comprensione può trovarsi nello stesso Timeo, ove nel descrivere l’ordine con cui Dio costituì quest’anima del mondo, è detto che “tutto quanto quest’ordine Dio tagliò per il lungo, facendone di uno due, e il loro centro congiunse in forma della lettera X.” Idea questa che Proclo assicura aver il suo Maestro appresa dagli egizi e che Pitagora significava con la parola Tetractis l’ineffabile incrocio della Diade indeterminata, dalla quale procede il quaternario, qualificato quale radice degli altri numeri, emblema del moto e dell’infinito, nonchè dell’essere vivente portatore del divino.
5. L’incrocio della diade
In altri termini l’ X platonica ha lo stesso significato della + , simbolo antico, comune a tutte le tradizioni, dei quattro elementi, intesi non soltanto nel senso fisico, ma anche metafisico, quali principi cosmogonici. Il centro della croce costituiva un quinto elemento superiore (la quintessenza degli ermetisti) che equilibrando ed armonizzando i quattro elementi veniva a significare un più alto principio cosmico, dato dal rapporto e dalla congiunzione dell’Essere relativo con l’Essere assoluto e quindi affermazione dell’immortalità nell’uomo.
Le quattro misteriose lettere I.N.R.I. sembra avessero lo stesso significato: quello cioè che dal centro dell’energia o essenza Una dell’Universo si diramano le quattro forze cosmogoniche o modi dell’Essere: Jamin (acqua), Nour (fuoco), Rouach (aria) e Jeboschal (terra). Le due j (jod ebraico: lettera generatrice delle altre lettere) al principio ed alla fine esprimono il principio ed il raggiungimento eterno del ciclo divino, nella luce centrale dell’Amore o Sposa divina.
Questo più alto principio, centro immobile equilibratore e generatore del divino nell’uomo che ne affermava la potenza nell’immortalità, era la “veste femminile del potere” di alcune tradizioni occidentali; la forma sottile e luminosa dell’esoterismo indù (Suksma-qarira), ed anche il corpo pneumatico e glorioso dello gnosticismo.
E se ricordiamo – per fare una sola comparazione – che lo gnostico Marco, secondo il compendio di Ireneo, parlando del supremo Quattro, come della più alta gerarchia del Pleroma, diceva che Esso “può rivelarsi ai mortali solo nella sua forma femminile, non potendo il mondo sopportare la possanza ed il fulgore della sua grandezza maschile”, possiamo arguire che, come per gli gnostici di tutte le sette, tale possanza manifestabile era la divina Sofia; questa non aveva dissimile significato della divina Cibele dal lungo manto trapunto di mondi e di anime, e dall’Iside egizia dal velo non impenetrabile all’adepto che sapeva conquistare l’invincibile forza attrattiva dell’Amore.
Infatti nell’amore perfetto tra l’uomo e l’ambiente, vi è da parte dell’uomo lo sviluppo delle sue correnti magnetiche ed un incrocio di fusione armonica della sua irradiazione cosmica, unificandolo con quel supremo principio la cui potenza manifestabile era perciò la misteriosa Dea che nell’insegnamento di Platone era Afrodite, non dissimile questa dall’alma Venere latina alla quale Lucrezio diede gli stessi attributi. [8]
E, per il genio latino, Bontà, Bellezza, Verità, non potevano essere che i tre aspetti dello Spirito Unico dell’unica cosa che si chiamò – per usare un’espressione di Giuliano Kremmerz – con le stesse lettere che formarono il nome dell’Urbe, nei cui segreti meandri Virgilio, da Dante preso a guida del suo viaggio, fu iniziato.
Perciò Luce ed Amore si identificano nell’empireo dantesco che:
......... non ha altro dove (luogo)
che la mente divina, in che s’accende
l’Amor che il volge, e la virtù ch’ei piove.
Luce ed Amor d’un cerchio lui comprende,
Sì come questo gli altri, e quel precinto
Colui che il cinge solamente intende. [9]
E nella visione dei nove cerchi attorno al punto luminoso della divina Essenza, la più luminosa ed oltre la quale non sono altri cieli corporei, che il cielo di Amore e di beatificante Sapienza:
In questo miro ed angelico tempio
Che solo Amore e Luce ha per confino[10].
La bellezza di Beatrice sembra di molto cresciuta in questo limpido cielo:
................ch’è pura luce:
Luce intellettual piena d’amore,
Amor di vero ben pien di letizia,
Letizia che trascende ogni dolzore. [11]
Questa eterna luce “che se vista sola sempre Amore accende”, è anche potenza di vita e intelligenza:
Quivi è la Sapienza e la Possanza.
La Bellezza procrea l’Amore ed, in tale aspetto, questo principio cosmogonico che è anteriore, manifesta la sua potenza come Madre – principio simbolicamente femminile: luce verginale – la Venere genitrice alla quale Giulio Cesare innalzò il tempio sacro ed augurale alle genti latine. Questo stesso principio si identifica nel platonismo con la Bellezza ideale e luce purissima del raggio divino che nel discostarsi dal centro e dal mondo angelico, e col diffondersi negli altri mondi, si va annebbiando ed oscurando sempre più, sino al mondo sensibile.
Se nella filosofia platonica il Primo principio – o Sommo Bene – è concepito sotto due rapporti, come sostanza e come causa: sostanza delle idee e causa delle forme, che nell’ordine variabile sono l’impronta esteriore delle idee; Dante invece – come nell’epistola a Cangrande ed a delucidazione dei versi su citati – concepisce questo Primo principio egualmente come causa non causata, perchè un infinito risalire alle cause agenti è impossibile e quindi si deve arrestare ad un primo che è Iddio.
“Da Lui, quindi, tutte le cose esistenti hanno, direttamente o indirettamente, principio: per modo che la causa seconda, movendo dalla prima, fa rispetto al causato, come lo specchio che raccoglie il raggio e lo tramanda a sua volta... e ciò quanto all’essere”.
Quanto all’ essenza, appoggiandosi ad Aristotile, ad Alberto ed all’Aropagita, fa questo ragionamento: “ogni ente, eccettuato il primo, deriva da un altro; altrimenti più cose esisterebbero necessariamente per sè, ciò che è assurdo. Ora, ogni cosa o deriva dalla natura o dall’intelletto, e poichè la natura è opera dell’intelletto, da questo deriva tutto ciò che è da natura. Tutto ciò che è causato, è dunque opera mediata o no, di alcun intelletto; e come la virtù deriva da quella essenza di cui essa è virtù, se l’essenza è intellettiva, dee tutta unicamente discendere dalla essenza causante: perchè, se prima si venne di necessità alla cagione originaria dell’essere, così ora a quella della essenza e della virtù. Da ciò viene che ogni essenza e virtù emana dalla primitiva per modo, che le intelligenze inferiori la luce attinta quasi da un sole, riflettono e trasmettono, siccome specchio, alle loro inferiori...”.
Bene è perciò detto che il raggio e la gloria di Dio penetra e risplende: penetra quanto alla essenza: risplende quanto all’essere suo.
L’argomentazione – come già prima della scolastica, aveva fatto la patristica – tende a purgare il platonismo dall’idolatria, sostituendo il mondo delle idee – che da Plotino furono chiamate Dei intelligibili – col mondo delle gerarchie angeliche, ed a identificare l’intelletto (nous) o Intelligenza universale non allo “splendor di quell’idea che partorisce amando il nostro Sire” cioè al Verbo, nel cui divino si identificarono, teologicamente, le idee eterne e necessarie, ma si bene alla Intelligenza o Sapienza o Spirito Santo.
Infatti, le prove citate da Dante, a confortare il ragionamento logico con l’autorità della fede, sono le bibliche affermazioni con le quali lo “Spirito di Dio, con la bocca di Geremia, dice: io riempio il cielo e la terra”; del salmista: “dove andrò io mai lontano dal tuo Spirito, e dove fuggirò io lungi dal tuo aspetto? Se salirò al cielo, ivi tu sarai, se discenderò nell’inferno, per quivi ti troverò presente”; della Sapienza: “lo spirito del Signore ha riempito tutta la terra” ecc..
Ed infine non manca di confortare il suo assunto anche con la sentenza pagana di Luciano:
Nel commento ficiniano, la diade dell’Eros-Afrodite (o Amore-Venere) ha una duplice manifestazione: l’una, la celeste, è l’Intelligenza della mente angelica; l’altra, la volgare, è la forza di generare attribuita all’anima del mondo (slancio e impulso di vita). Queste due veneri e due amori – egli dice, seguendo Platone – “sono ancora sempre presenti nell’anima degli uomini e si possono denominare demoni, il primo dei quali si chiama Calodemon (buon demone) e il secondo Cacodemon (mal demone). Invero ambedue sono buoni, perchè la procreazione dei figliuoli è necessaria ed onesta, come la ricerca della verità”. E’ per il nostro uso disordinato che “il mal demone spesso ci turba allettando l’anima a basse concupiscenze, ritraendola dal suo principale bene”. Si ricordano, in proposito, le parole di Adamo, nel canto XXVI del Paradiso:
Or, figliol mio, non il gustar del legno
Fu per sè la cagion di tanto esilio,
ma solamente il trapassar del segno.
“Ma nell’animo umano, in mezzo a questi due, vi è un terzo demone con triplice espressione, di moti e affetti, oscillanti ed indecisi, che crescono, scemano e vengono meno. Il primo demone dicesi divino, il secondo umano, il terzo bestiale”. [12]
Anche Dante ci dice che “l’Amore è triforme” e “nasce in vostro limo”, perchè
.....intender non si può diviso
nè per se stante.........
Quinci comprender puoi ch’esser conviene
Amor sementa in voi d’ogni virtude,
e d’ogni operazion che merta pene. [13]
Ma a misura che l’individuo umano si libera da questa gravità,
risalendo dalla simpatia intuitiva, sentimentale, intellettuale, alla pura
elevazione spirituale, il vero Amore si sveglia nel cuore fatto gentile, cioè
puro, e il “verme reo” si trasmuta nell’angelica farfalla.
(3- continua)
(*) L’introduzione, il Capitolo primo e la prima parte del Capitolo secondo sono stati pubblicati sui precedenti numeri del “Flauto di Pan”. A coloro che ne faranno richiesta via e-mail ne invieremo copia.
[1] Da notare la distinzione platonica degli elementi: le tre specie di fuoco (fiamma, luce, incandescenza), le due dell’aria (l’etere del cielo e l’atmosfera terrestre) e le due dell’acqua (liquida e congelata, comprendendo in quest’ultima i metalli).
[2] Enrico Caporali (1841-1918) Pitagorico, autore de La Nuova Scienza e de La sapienza italica.
[3] V. Bergson, Evolution
creatrice. R.Steiner, La filosofia della libertà. Il Vangelo di
Giovanni. E. Schurè, L’evoluzione divina.
[4] Non ci occupiamo delle recenti interpretazioni della scuola psicanalitica, fondate originariamente nei rapporti paleogenetici psicosessuali fra sogno e mito. L’esposizione sulle acque, per esempio, significherebbe l’espressione della nascita ed il meccanismo del parto, essendo il bambino circondato dalle acque nell’utero materno; il canestro ove fu abbandonato Istar, Mosè ecc, nonchè la caverna della fanciullezza di Ion, Efesto, Abramo, simbolizza l’utero materno; e così via. Interpretazioni, sebbene ingegnose, di pura fantasia,unilaterali ed arbitrarie, compreso il famigerato complesso di Edipo adottato dal Freund. (v. Otto Rank, Il mito della nascita degli Eroi).
[5] René Guénon, L’esoterismo
di Dante.
[6] Sap. VII, 24,27; VIII, 1.
[7] Metaf. XII, 7-3
[8] Nel disprezzo dell’uomo verso l’ambiente che si riscontra nel mondo di oggi è da ricercare una delle cause dell’inarrestabile allontanamento dell’uomo dal supremo principio unificatore di tutte le cose. (Ndc).
[9] Par. XXVII, 109.
[10] Par. XXVIII, 53.
[11] Par. xxx, 40.
[12] Marsilio Ficino, op. cit., II, 7 e VI, 8.
[13] Purg. C. XVII, 103.
C A G L I O S T R O
In documenti
inediti del Santo Uffizio
Nella Corrispondenza segreta dell’abate Giuseppe
Compagnoni
I Catechismi della Massoneria Egiziana
Tra le iniziative culturali di fine d'anno, l'Associazione Culturale IGNIS propone ai propri lettori ed amici un nuovo libro di Arturo Reghini intitolato CAGLIOSTRO. Il volume è già presente nel link ordini del sito dell'Associazione e può essere prenotato fin da questo momento.
Il libro si divide in
tre parti: la prima parte è costituita dai capitoli di Reghini su Cagliostro e
dalle Appendici; una seconda parte da noi curata si basa sulla Corrispondenza
segreta e una terza parte intitolata Catechismi della Massoneria Egiziana è
ricavata dal Rituale della Massoneria Egiziana di Cagliostro.
Presentiamo qui di seguito l'Indice:
I N D I C E
Prefazione, a cura di Roberto Sestito.
PARTE PRIMA: Cagliostro in documenti inediti del Santo Uffizio
Capitolo 1 - Il manoscritto 245 della Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma
Capitolo 2 – Una moglie esemplare ed un lupo vorace
Capitolo 3 – La chiaroveggenza delle pupille
Capitolo 4 – Il mistero delle Caraffe.
Capitolo 5 – Le quarantene spirituali della Massoneria egiziana.
Capitolo 6 – Le quarantene spirituali della Massoneria egiziana (II)
Capitolo 7 – Le proposizioni del Rituale della Massoneria Egiziana
Capitolo 8 – Una pagina esoterica di Cagliostro
Capitolo 9 – La quaresima iniziatica
Appendice – Morte e resurrezione
Appendice – Trascendenza di spazio e di tempo
PARTE
SECONDA: Cagliostro nella corrispondenza dell’abate Giuseppe Compagnoni.
Capitolo 1 – La corrispondenza segreta .
Capitolo 2 – Le origini esoteriche di Cagliostro
Capitolo 3 – I prodigi
Capitolo 4 – Althotas
Capitolo 5 – Lorenzina alias Serafina
Capitolo 6 – Le visioni
Capitolo 7 – La morte
Appendice - La "quarantena" dei Rosa+Croce
PARTE
TERZA: Catechismo della Massoneria Egiziana di Cagliostro.
Introduzione, a cura di Daniel Nazir.
Capitolo 1 – Catechismo di apprendista della
Loggia.
Capitolo 2 – Catechismo di Compagno della
Loggia egiziana
Capitolo 3 – Catechismo di Maestro della
Loggia egiziana.
Capitolo 4 – Catechsimo di apprendista della Loggia egiziana di adozione
Capitolo 5 – Catechismo di compagna della Loggia egiziana di adozione
Capitolo 6 – Catechismo di Maestra della
Loggia egiziana di adozione.
EPILOGO: Massoneria allo specchio.
TAVOLE: La cella di Cagliostro a San Leo
Copyright © 2007 Associazione Culturale IGNIS.
VADEMECUM
PITAGORICO
Pubblichiamo la “Prefazione” di Enrico
Caporali alla “Nuova Scienza”, libro pitagorico che uscì a Todi nel
1911 a spese dell’Autore.Vogliamo con ciò
fornire ai nostri lettori una testimonianza della pura, vivace e
autentica linfa pitagorica che scorreva in quegli anni nei tessuti
della cultura italiana ed alla quale è necessario tornare se
vogliamo che l’Italia risorga dalle rovine della distruzione morale
filosofica e politica in cui è stata trascinata.
Тον
όλον ουρανόν
άρμονίαν
εϊναι χαι
αριμον
Tutto
l’universo è numero ed armonia
Pitagora
Sono mirabili
i progressi fatti negli
ultimi cinquant'anni dall'Italia
nelle vie di comunicazione, nel commercio,
nell'industria, e nella scienza, benché
relativamente non siano maggiori di quelli che
si verificarono in alcune parti dell'Asia,
dell'Oceania, dell'Africa, delle due Americhe e dell'Europa Orientale. Non
così avvenne nella scienza suprema. Una spossatezza precoce ha sparsa
la sfiducia nelle verità più alte. Si parla
tanto della pubblica istruzione, e non si parla quasi mai della sintesi a
cui debbono arrivare le classi colte, se si vuole che la nazione risorta
entri gagliarda e con coscienza e carattere
proprio nel
movimento del pensiero contemporaneo. Le menti
sono divise in sette scuole, nelle quali i concetti del mondo, dell'
uomo, della vita sono profondamente diversi. Il grosso pubblico è confuso
nella babilonia, nella negazione dello
spirito, delle umane libertà e responsabilità,
che, invece di fare gl'Italiani, li disfa
(come lo provano, pur troppo, la sempre crescente delinquenza, lamentata dal
senatore Quarta,
nel gennaio 1910 ed il maggior numero di giovani ventenni inetti al servizio
militare). Molti competenti ritengono che la letteratura sia in decadenza e Ferdinando
Martini nel 28 febbraio 1910 disse a Firenze in applaudita conferenza
che il teatro italiano non era ancor nato e
perciò non poteva decadere.
Questo libro è
destinato a fare un po' di esame della coscienza nazionale. Un uomo a
cinquant’anni comincia ad invecchiare, ma una nazione a tale età è
ancora bambina. Si tratta di sapere se per educarla, per riformarla, per
rinforzarne il carattere, per elevarne gli scopi, per vivificarne lo spirito
basti lasciare fare tutto al caso, o non sia meglio aprire le finestre delle
aule chiuse, lasciar entrare l'aria nazionale al libero soffio dei venti.
Kant diceva che, come il polmone ha bisogno di respirare, cosi l'uomo colto
ha bisogno di filosofare. Ma si respira male se l'aria fìlosofica ha molto
acido carbonico e poco ossigeno come tra noi.
Per grettezza
di vedute il Papato vuol tenere tutti i fedeli rannicchiati nel Tomismo.
Il Platonismo,
dottrina delle idee eterno di Dio, è alieno dalla Scienza contemporanea e
considera 1'
uomo come assolutamente libero, (anche nella sua Natura
fatta) e la Natura inferiore
come tutta meccanica e necessitata (anche nella parte che si fa):
errore radicale propugnato dal M amiani.
Il Rosminismo
fondato da un grande ingegno, è meno alieno dalla scienza, ma insiste ancora
sulle idee eterne e fu condannato dal Papa,
in modo che anche nella parte pensante del Cattolicismo
vi è disunione e disparità di tendenze e di vedute.[1]
Nell'Italia
giovine i dissensi sono più forti.
L'Hegelismo
è una credenza di essere identici allo Spirito assoluto, una faticosa
ricerca degli opposti concetti, anche dove non si trovano, per conciliarli,
una continua ammirazione della storia che considera la libertà,
come la tirannia e la persecuzione religiosa legittime come la rivoluzione.
Tutta la storia è sacra per lui, la natura
poi o è travisata o è disprezzata ed
abolita.
Il Kantismo impone una intricatissima
gnoseologia, è pieno di contraddizioni e può essere tirato tanto al
Platonismo di Carlo Cantoni, quanto
all’ ateismo di Ausonio Franchi e di Giuseppe
Ferrari, impropriamente chiamati
scettici.
II Positivismo
che nega lo spirito e si illude di spiegare la evoluzione
facendo gl'individui dal di fuori al di dentro, è in crisi
secondo il Marchesini e in liquidazione
secondo il Croce.
La spiegazione del meccanicismo in tutto ciò che vive è irrilevante
secondo l' Enriquez,
L’ Ardigoismo
che impose al Positivismo
spenceriano alcune dottrine di Schelling
e di Hegel, fa del pari
diventare le cose per virtù dell'ambiente e delle forze incidenti, dal di
fuori al di dentro.
Può dirsi, come le altre scuole, contrario
alla tradizione italica, (il cui
carattere sta nell'eliminare
l'indeterminato e nel cercare in ogni cosa il
numero e la misura), poiché il suo
Indistinto va considerato sempre nella sua indeterminatezza
ed egli continuamente abusa dello Infinito e
del Caso.
Sono
dottrine straniere più o meno disadatte alla rinnovazione della coscienza
nazionale.
Si germanizza
chi segue il Kantismo, l’Hegelismo,
e la parte indeterminata dell' Ardigoismo,
(la parte determinata è presa, oltre che dal
tedesco Feuerbach, dal Taine
e dallo Spencer.
Ogni gran
popolo, e più che mai l'Italiano, ha bisogno
di una filosofia conforme alla tradizione
nazionale, quando è ottima come la nostra: luce preziosa che centinaia di
dotti[2]
godettero di vedere da noi restaurata per un decennio nello scorcio del
secolo scorso (nella Rivista «La Nuova
Scienza »).
Dopo lungo, ma non colpevole silenzio,[3]
la riprendiamo ora, riconfermando e dimostrando che la evoluzione avviene in
modo opposto a quel che credono Ardigojani e Spenceriani,
cioè dal di dentro al di fuori, come
lo aveva preveduto Giordano Bruno e che il vero Monismo è quello del
Noumeno vivente in ogni individuo che fa i fenomeni della sensazione e del
moto.
Il Pitagorismo
fu dimenticato dai Kantiani d'Italia perché si attennero alle relazioni che
ne diedero alcuni eruditi e storici pedanti, perché essi non pensarono che
l' Apriori era nella nostra tradizione nazionale implicito.
La dottrina pitagorica della Unità numerante è feconda: e come chi
possiede un terreno fertile, naturalmente irrigato, sotto il bel sole
d'Italia, non ha bisogno delle stufe, delle serre, dei concimi chimici e
delle pompe inaffiatrici, così la tradizione italica può fare a meno della
farraginosa gnoseologia Kantiana, della fantasmagoria dei concetti
universali e concreti Hegeliani, della suddivisione dello Indistinto
ardigojano, e dell'incontro delle sue famose linee dello spazio, del tempo e
del caso.[4]
Le unità
senzienti per evitare il dolore nel conflitto delle forze e per la tendenza
all'armonia, al piacere, vanno concentrandosi e sistemandosi da sé, e fanno
il loro divenire, dando origine alla Natura fatta; nei cui
centri organici sorge gradatamente spontaneo il Pensiero per la facoltà di
trovare i simili ed i diversi, e di eliminare ogni contraddizione.
Adoperiamo la
nostra Unità non per negarla e per farla derivare dall'ambiente, come nell'Ardigoismo,
nè per voler sapere quel che Dio era, quello che è e che pensa, come nello
Hegelismo.
Ma cerchiamo
piuttosto, non tanto quello che Pitagora aveva detto quanto quello
che direbbe oggi, istruito delle scienze del ventesimo secolo, colla stessa
sete d'informazioni esatte dei fatti che Eraclito di Efeso notò
massima in Lui, dal suo luminoso centro, che è il vero fattore della
conoscenza (come si vedrà nella Parte II).
Ci limitiamo
alle dottrine essenziali (sul mondo, sulla vita e sul pensiero)
tralasciando le secondarie (cioè le etiche, le estetiche,
le pedagogiche ecc. ecc.), sia perché più facile a ciascuno di
farsele da sé, sia per non ingrossare il Libro (che deve restare
accessibile alle piccole borse).
Scriviamo
convinti che l'intelligenza vivace sia più comune in Italia che oltralpe, e
che le persone colte (ma poco penetrate, nella filosofia) daranno tra noi
torto ad Hegel, a Bardili, a Krug, a Weiss a Rückert
e ad altri tedeschi, i quali biasimavano il desiderio di essere intesi dal
popolo e credevano che la filosofia dovesse rimanere sempre
aristocratica.
Moltissimi sono
frivoli e la loro fantasia si muove ora nella ristretta cerchia della
letteratura leggera: ma non pochi di essi, che finora si tennero lontani
dalle ricerche più alte, per paura e disgusto delle astruserie inutili, ci
saranno grati se li condurremo nel segreto delle realtà. cosmiche e se
forniremo loro le armi per esercitarsi in campi inesplorati. Del resto
rendiamo conto sommario anche delle altre scuole, quanto basta affinchè
ognuno, con piena libertà di giudizio, possa scegliere la sua via, o
nell'aria nordica presa a prestito dai filosofi di oltralpe, o in quella
piena di ossigeno della patria.
Chi invece di
bere alle fonti straniere, vuol diventare filosoficamente italiano
sia giovane studente, o sia uomo maturo di qualsiasi professione, quando
abbia bastante coltura ed intelligenza, troverà in questo libro nutrimento
vitale.
E potrà fare a meno di studiare e di assimilarsi gli ideali nebulosi del
Kantismo, dell''Hegelismo e dell’ Ardigoismo[5]
inventati fuori della Esperienza, disarmonici e fondati non sui fatti, ma
sopra processi dell’ Assoluto, dell’ Infinito e dell’Indistinto,
ossia di potenze inconoscibili o non esistenti.
[1]
Il
Modernismo
già iniziato da Gioberti (Riforma Cattolica) e poi
svolto oltralpe da
Newmann. Harnack,
Tyrrel, Loisy,
M. Biondel e tra noi da
R. Murri
e dal Rinnovamento
di Milano, non ha fatto sinora
una nuova filosofia, preferendo trattare
di storia e di emancipazione dalla gerarchia. R.
Murri tenta di conciliare l’Aristotelismo
coll’ Hegelismo del socialista
Labriola.
[2] I nomi e i giudizi di
questi si trovano nelle prime pagine di ogni fascicolo della Rivista,
tra cui quattro ministri della pubblica istruzione (M.Coppino, P.
Boselli, E. Pessina ed E. De Marinis).
[3]Dovuto
prima a ragioni di salute, poi alle noie procurateci da alcuni
clericali. Un nostro confinante (ateo, ma che per i suoi fini
particolari serviva ai clericali) cominciò
a sobillare i nostri contadini, i quali non ubbidirono più a noi. Un
tale a cui avevamo concesso un podere quasi gratis
affinchè ci sorvegliasse l'altra terra, usurpò e rubò. Allora
cominciò il disturbo maggiore quando venne persuaso che sarebbe rimasto
impunito, ed anzi che avrebbe ottenuto molti guadagni, coi denari che ci
avrebbe potuto estorcere, mediante querele e domande di indennizzi, per
averlo denunciato come ladro.
Chi ci boicottava oltre mille quintali di tuberi, chi ci faceva andare in
fumo i fieni, falciando l'erba fresca ed ammassandola prima che si
asciugasse, in guisa che centinaia di lire spese per la falciatura non
venivano mai coperte dal valore del fieno: chi ci tagliava grossi rami
da molte quercie secolari, chi ci guastava Ì gelsi, chi ci potava le
viti in modo che facevano poi, per cinque anni di seguito, quattordici
volte meno vino di prima; il fattore del bestiame, che prima serviva
bene, poi si mise a comprar caro e vendere a basso prezzo (ad esempio un
paio di bovi comprati per lire 1200, migliorati un anno dopo erano
venduti a lire 850).
Ai nostri vecchi abbonati, che desiderano di sapere le cause del ritardo,
bastino questi cenni.
Dobbiamo vive grazie a S. E. l'on. Tittoni, allora Prefetto di
Perugia, il quale (senza che lo avessimo domandato), dispose un'
accurata vigilanza acciocché la nostra persona non venisse molestata:
ed imperitura e profonda sarà la riconoscenza nostra verso il più
eminente e venerato dei magistrati d' Italia, S. E. il conte Giuseppe
Manfredi, oggi Presidente del Senato, il quale insieme al compianto
senatore Pascale (Procuratore generale della Corte di Cassazione di
Roma) ci liberò dalle querele e dai ricatti della Compagnia.
Dopo avere perduti parecchi anni per la non buona amministrazione
provinciale della giustizia, onde non inquietarci più oltre, fummo
costretti a non chiedere alcun risarcimento per tanti lucri cessanti,
per tanti danni emergenti, per tanti disturbi intellettuali e morali.
Cosi ci educarono ad una virtù che non avevamo: la pazienza.